Testimoni nell’era digitale
Il rapporto tra i mezzi di comunicazione e i giovani è stato uno dei più importanti temi trattati durante il convegno promosso dalla CEI “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale” tenutosi a Roma dal 22 al 24 aprile scorso. Dopo otto anni dall’evento analogo “Parabole Mediatiche“, la Chiesa italiana è tornata ad interrogarsi su come essere testimoni di Cristo nell’era dominata dai nuovi media digitali.
Otto anni non sono m
olti eppure ne sono cambiate di cose, ne è passata di acqua sotto i ponti. Basti pensare che l’attuale fenomeno sociale della rete, Facebook, otto anni fa non era ancora nato. A non essere cambiata, però, è la volontà - secondo monsignor Claudio Giuliodori, Presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della CEI - «di capire ora come allora i fenomeni dell’era digitale, di abitare questi nuovi ambienti e di immettervi il seme fecondo del Vangelo».
Rispetto al 2002, però, è più netta la consapevolezza che la rete delle reti sta cambiando il modo di informarci e di comunicare ma anche il modo di tessere e mantenere relazioni affettive. Se si prova ad osservare la vita quotidiana di un adolescente si noterà che abita il mondo dei media, ne è totalmente immerso e ne ha imparato rapidamente la lingua. Utilizzando i nuovi media, internet in maniera particolare, i “nativi digitali” nuotano in una comunicazione orizzontale fortemente interattiva, all’interno di una geografia dai confini indefiniti: l’ambiente digitale è per loro emotivamente ed affettivamente coinvolgente. Osservando con un po’ di attenzione in più ci si rende conto anche che la comunicazione fra ragazzi è sempre più mediata dagli strumenti tecnologici e sempre meno affidata al dialogo interpersonale.
È con questa cultura segnata dalla presenza incisiva e capillare dei media che gli animatori d’oratorio sono chiamati a confrontarsi. Non basta adeguarsi e aggiornarsi: «Si tratta di abitare il nuovo territorio o ambiente digitale- ha affermato Monsignor Giuliodori - di camminare sulle vie digitali, di pensare attraverso le sequenze digitali senza perdere di vista la natura vera e propria della testimonianza cristiana che non può in alcun modo prescindere dalla peculia
rità dell’incontro e dalla sequela di Gesù Cristo e da una concreta esperienza di vita nella fraternità del suo corpo ecclesiale». Per poter essere, quindi, testimoni negli oratori anche nell’era digitale è necessaria, ha continuato Monsignor Giuliodori, «una comprensione puntuale di come la realtà digitale modifica la vita dell’uomo, la percezione di sé, le relazioni e i rapporti sociali, l’emergere delle stesse domande esistenziali». È per questo motivo che è opportuno dar spazio in oratorio a voci che sappiano parlare fino in fondo i linguaggi dei media. Lo stesso Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, durante il convegno ha sottolineato che «è necessario che coloro che operano in ambito educativo sappiano anzitutto essere loro stessi familiari dei media digitali, sperimentino cioè cosa significhi navigare, essere on-line, abbandonando le retoriche unilaterali e ricorrenti». Gli animatori d’oratorio devono essere preparati a dire la fede con i nuovi linguaggi e con le nuove tecniche di comunicazione: occorrono metodo e capacità tecnologiche.
Oggi i social network tendono ad offrire un contatto: ciò che conta è raggiungere ed essere raggiunti. Attraverso questi canali si costruisce, però, difficilmente una relazione basata sull’offerta di sé e sull’ascolto reciproco. Quale posto migliore dell’oratorio per rendere la relazione più autentica, più densa? L’oratorio accoglie i giovani in maniera incondizionata, restituisce loro il protagonismo che la vita sociale spesso gli nega, riconosce libertà ai ragazzi e dignità ai loro interessi. L’oratorio diventa così luogo e occasione per vivificare l’esperienza digitale: anche la comunicazione attraverso i media diventa una «cosa di cuore».
Quale può essere il giusto atteggiamento da tenere negli oratori? Bisogna diffidare dalle tecnologie fino a demonizzarle? O cedere al facile entusiasmo per cui tutto ciò che è nuovo è di per sé buono? Sicuramente la migliore difesa non consiste nei divieti e nelle difese esterne. I media oggi presentano una importante sfida educativa che non può essere delega
ta: non è giustificabile per coloro che accolgono i giovani negli oratori un certo timore dei media e delle nuove tecnologie. Non è contrastando ciò che è abituale per i ragazzi che si può ottenere una relazione autentica con loro. Piuttosto è utile, attraverso un lavoro interpretativo, imparare il linguaggio dei giovani e dei media e costruire un percorso per ogni ragazzo. La fonte del messaggio è sempre il Vangelo ma l’azione degli animatori può assomigliare ad un’operazione di marketing: lanciare un prodotto che accompagni i ragazzi in un percorso di fede e di maturazione. Lo stile insostituibile dell’oratorio, infatti, è proprio quello di costruire percorsi di fede dentro una frequentazione costante fra ragazzi e animatori, quella che don Bosco chiamava “familiarità“. Un altro passo importante è quello di smontare i media insieme ai ragazzi, non per difendersi ma per cercare di conoscerne il funzionamento, i contenuti, le forme. Insegnando loro che dietro i mezzi di comunicazione c’è un lavoro di strutturazione di contenuti: ciò che si vede è solo una parte della verità.
La sfida che si presenta agli oratori oggi è anche quella di cercare di proporre un’alternativa: non c’è ragazzo che al fissare un monitor non preferisca un’attività che lo metta in relazione diretta con gli altri. Con la creatività evangelica, anche dentro la cultura mediale, è possibile essere sale della terra.
Angela Fariello
Il sito internet del convegno: www.testimonidigitali.it



